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Oggi devo proprio scrivere di una sensazione che rivivo ogni anno, da quando frequento la scuola come studentessa e da molti anni come insegnante. Prima però, una premessa utile a chi possa averlo scordato dai tempi delle superiori o delle medie.
Ah, ultima chiosa: la scuola ora ha nomi diversi, non scelti per mero capriccio, ma perché indicano il ruolo di quell’ordine lì - per capirci nessuno degli addetti dice più l’asilo termine che si usava ancora prima che fossi nata e che induce a pensare a un mero contenitore di bimbi sotto i sei anni, ora gli ordini di scuola sono così indicati: scuola dell’Infanzia, scuola Primaria, Scuola Secondaria di Primo Grado (sì, si arrotola la lingua, noi per comodità diciamo SSPG) e Scuola Secondaria. Finite le premesse.
L’anno scolastico è uno strano animale calendariale. La sua eccezionalità è talmente evidente - direi quasi legata a riti precristiani rurali tanto ci somiglia - che alla fine influenza il pensiero di tutta la società: a settembre si riparte e si fanno i propositi, a giugno ci si ferma e agosto si ferma tutto (per quale motivo pratico, non si sa). Ugualmente le agende che vanno per la maggiore (per chi ancora le usa) sono ripartite in questo modo, oppure esistono le inutili sedici mesi, che allungano fino a gennaio.
Dunque, dicevo che il dragone dell’anno scolastico è particolarissimo. Influenza tutto il modo di pensare di chi frequenta la scuola ancora. Diventa una vera e propria forma mentis. Infatti, parlando personalmente, a me piace la ripartenza: a me piace settembre. Mi piace l’odore di cose fresche che si annusano, le facce riposate dei miei colleghi, la condivisione che si genera e si ristabilisce, la curiosità dei nuovi arrivi (adulti e bambini), le idee che frizzano nell’aria come piccoli fuochi di s. Elmo riguardo al nuovo che avanza. Insomma, è un periodo fecondo, che dura pochissimo, già dopo i primi tre-quattro giorni ci siamo rotti le scatole un po’ tutti, ma va bene così. Gli insegnanti si rivedono a inizio settembre, proprio all’uno di, come un capodanno speciale, e c’è quel senso di bellezza di là da venire, proprio come mi accadeva a inizio dell’anno da bambina e da ragazza (poi le stronzerie delle mie compagne si rivelavano identiche ogni anno, ma questa è un’altra storia di delusione).
Anche i bambini hanno quelle faccine brillanti della novità: sono curiosi, spaventati, felici, alcuni terrorizzati, insomma elettrici e vivaci, con tutte le loro cosine ben fatte e vergini negli astucci e negli zaini, e te le mostrano anche ‘Maestra, guarda ho l’astuccio nuovo!’ fieri come se fosse un aggeggio tecnologico splendente.
Nel proseguio, diciamo che fino a dicembre si tira abbastanza bene: alunni freschi, inizi di insegnamenti, convinzioni di arrivare per tempo a quell’argomento lì (non esistono i programmi ministeriali, ma comunque bisogna darsi delle scadenze) per poi venire sommersi da ‘la Festa/concerto/tombola/bingo/bisca del Natale’ - che personalmente abolirei - e ci si rivede a gennaio.
Da gennaio in poi è tutto molto più lento, direi lentissimo, il corpaccione del drago si snoda sinuoso con fiacchezza, ti sembra di continuare a dire le stesse cose, gli alunni ti guardano con l’occhio pendulo e gravoso di chi pensa solo al pomeriggio. Tu glielo diresti anche ‘Basta, lasciamo perdere tutto’ ma sei l’adulto, e allora li tiri per la giacchetta e inventi un altro modo per smettere d’annoiarsi insieme (glielo dico eh, passiamo ad altro che sennò ci stufiamo troppo - per me la scuola ha bisogno di andare al passo con i loro sentimenti e con i miei) e a loro riparte un sorrisino accennato, e tu ti senti un tantino rinfrancata aspettando il sacro Carnevale (addizionato da arrivare a ben CINQUE giorni di pausa) e la Pasqua.
Pasqua è noiosetta, cioè a me sembra un tempo morto - un tempo in cui siamo tutti concitati ma dovremmo sembrare riposati, perché inizia la primavera e c’è un milione e mezzo di uscite da fare: non esagero se vi dico che in una scuola con due sezioni (quindi circa sette-otto classi) si faranno trenta uscite in totale. Trenta. Trenta cose da organizzare, tra adulti e bambini. Son tante, eh. Senza contare quelle che facciamo tutti insieme, tipo la giornata in piscina a fine anno (lo so, è una roba bellissima, ma anche sfiancante).
Così, a fine anno la stanchezza del drago comincia a sentirsi: fa più pisolini, mangia a casaccio, fa due metri e poi sbuffa e ha il fiatone, vorrebbe solo tornare nella sua caverna lontana via dalla civiltà e invece non può. Io, più che dalle attività intra moenia, sono sfiancata dalle ottocento uscite: a quanto pare bisogna provare tutti gli sport e tutte le attività nei dintorni entro i dieci anni di età. Così mi offro sempre volontaria per restare con i bambini che rimangono a scuola, per carità. Ho colleghi che ‘Ma io volevo fare la gita quest’anno!’: prego, ve la cedo immantinente.
Bene, arriva giugno: tutti sono sfatti, sudati, affranti. Gli adulti si ingegnano e arrancano per raggiungere almeno l’ottanta per cento della loro tabella di marcia, con alunni che fanno la conta dei giorni prima della fine, e tu la fai con loro. Ti vogliono bene (e tu ne vuoi a loro) ma siete entrambi stufi marci di vedervi così, per snocciolare tabelline, risolvere quiz storici, completare testi a buchi inglesi, analizzare verbi. Ti vogliono bene e tu vuoi così bene che li devi obbligare (obligare, composto dalla preposizione ob- “dinanzi, verso” e un altro verbo, ligare, “legare” - cioè li tiri con te verso il finale, li costringi e costringi te stessa) con gentilezza e persuasione a concludere. Sono fatiche che poi ripagano, perché loro stessi sono soddisfatti e glielo sottolinei ‘Ma ti sei accorto Vincenzo di quanto hai imparato quest’anno? Ti ricordi tutte queste cose e hai fatto una magnifica presentazione hai compagni! Hai fatto fatica, ti sei impegnato e guarda che bel percorso!’ e loro sorridono sicuri di loro. Penso sia la parte che amo di più del percorso di crescita: incoraggiarli e constatare con loro quel che hanno ottenuto, mostrargli come sono cresciuti, nella mente ovviamente, ma anche nei modi di relazionarsi.
Insomma siamo verso la fine, giugno sparisce, viene risucchiato, e noi solitari insegnanti restiamo a sistemare le pratiche, fisiche e mentali e organizzative, fino a fine giugno. Il dragone può finalmente riposare sul fondo del suo laghetto davanti alla montagna, con un occhio chiuso e l’altro aperto.
Luglio va, pieno di saluti e di buoni propositi per la pausa. Ci mandiamo messaggi, auspichiamo rientri o riconferme, qualcuno dà notizie su comuni conoscenze, rimaniamo in contatto. E finalmente arriva agosto. Agosto è un mese che detesto. Dal mio profondo, proprio. Intanto fa caldo, ma caldo. Poi, tutto quanto sembra polverizzarsi o rinsecchire sotto il padellone giallo-bianco del cielo intrattabile. Si immobilizza il tempo, il dragone si rende irreperibile, come tutti - tutto è irreperibile. La sensazione viene amplificata e resa anche più fastidiosa dal vivere in un luogo turistico: le strade si intasano di forme di villeggianti che riempiono tutto, lago, fiume, montagna, centro storico, per mesi. Ad agosto te ne accorgi per forza e ti ritiri e lasci tutti gli spazi condivisi: troppa massa e troppa calca. La gente impazzisce, vuole mangiare all’aperto, suonare, cantare, vociare, ballare, dormire, correre, biciclettare, nuotare, tutto rigorosamente dalle dieci di mattina ad almeno mezzanotte.
Così, ad agosto fingo di non esistere - smetto i pochissimi piani che mi ero fatta. Ne mantengo uno o due, per non sprofondare in fondo troppo al laghetto.
Dopo Ferragosto inizia il fastidio esistenziale: mi viene a noia tutto, a partire da me stessa. Conto i giorni, come da bambina e da ragazza, del ritorno del dragone. Conto e mi annoio. Non leggo, se non a spizzichi, non disegno (giuro, devo ricominciare), non chiacchiero nemmeno con il Fino, cucino male e distinguo poco le cose nel flusso delle ore. Aspetto solo che ricominci, come in una collettiva sala d’attesa. Per fortuna, ha cominciato a piovere.